Fotografia terapeutica

Cos’è la fotografia terapeutica?


Vorrei aprire questo articolo sfatando un falso mito: la parola terapia a volte fa un po’ paura. La associamo a uno stato di malattia e, nel caso della mpsicologia, di pazzia.

Il significato della parola deriva dal greco: Therapeia e significa “cura” o “guarigione”. Va da se che il termine include un processo, un percorso… che ha il fine di migliorare il proprio benessere. Un terapeuta infatti è colui che accompagna il tuo processo di guarigione facendo da catalizzatore per la tua crescita personale e/o la risoluzione di eventuali traumi.

Tutto questo cosa c’entra con la fotografia? Tutto, perchè la fotografia terapeutica è uno strumento per stare meglio con se stessi e affrontare un processo. “Affrontare” nel senso di vivere e goderselo questo viaggio, perchè la vita non deve essere necessariamente difficile e complicata, può essere molto piacevole, se sappiamo come giocare le nostre carte.
C’è da fare un’importante distinzione tra fototerapia e fotografia terapeutica.

Con la fotografia terapeutica si lavora sulla propria interiorità, ma senza il bisogno di uno psicologo o un terapeuta. La fototerapia invece sì, viene utilizzata dai terapeuti durante le sessioni e sono tecniche che stimolano il dialogo e l’approfondimento di certe tematiche riguardanti il cliente.
Per rendere le cose più semplici ti lascio la definizione di Judy Weiser, psicologa, arteterapeuta e direttrice del PhotoTheraphy Center di Vancouver e “madre” della Fototerapia:





La Fotografia terapeutica è il nome che diamo alle attività basate sulla fotografia che vengono avviate autonomamente e condotte da soli (o come parte di un gruppo o progetto organizzato), ma in cui non è in corso alcuna terapia formale e non è necessario coinvolgere un terapeuta o un consulente.


In contrasto con le tecniche di fototerapia, che sono pratiche terapeutiche, le tecniche di fotografia terapeutica sono pratiche fotografiche, in cui l’obiettivo previsto è produrre un cambiamento positivo negli individui, nelle coppie o nelle famiglie – ma includono anche tecniche di fotografia ad azione sociale più ampie in cui l’obiettivo è quello di migliorare il benessere, ridurre l’esclusione sociale e creare cambiamenti positivi a livello comunitario, sociale, nazionale o internazionale.


Puoi usare questi esercizi, o giochi fotografici, non solo per stimolare la tua creatività, ma anche per approfondire la conoscenza di te stesso: più ti conosci, più sei consapevole e meglio stai! Ne sono fortemente convinta.



A volte la nostra mente decide di dimenticare certe cose, è un processo naturale di “autodifesa”. Ricordi i due simpatici personaggi che su Inside Out ripulivano la memoria a lungo termine con un’aspirapolvere al grido di “Dimenticalo!”? Esatto quei due fanno la cernita di ciò che ricordiamo e cosa no. Perchè ti dico questo…
perchè non è necessario ricordare tutto, va bene anche la rimozione (che è un meccanismo di difesa del cervello, per altro). Altre volte invece, è utile fare ordine e riportare alla luce certe cose per poter essere consapevoli del
proprio vissuto ed evolvere.


Più ti conosci, più sei consapevole. Più sei capace di far fronte alle tue debolezze (tutti ne abbiamo), più sei capace di accettarle e anche godere delle tue doti (tutti ne abbiamo).


La felicità che tutti cerchiamo con tanta caparbietà spesso si cela dietro alle cose più impensate, per esempio? L’autoaccettazione… Ma per accettarsi bisogna prima conoscersi, e poi imparare a volersi bene, volersi bene davvero.

Per questo motivo ho creato il corso di Fotografia Cosciente, un corso su Whatsapp che ti propone un gioco fotografico al giorno! Se sei curioso puoi iscriverti qui. Questo è solo un primo passo verso la scoperta di se stessi, visto che siamo ormai nell’era della post-fotografia, visto che ormai tutti abbiamo in mano uno strumento per fare foto (il cellulare), visto che tutti ci sentiamo un po’ fotografi… Il corso ti accompagna in un viaggio di autoscoperta.





L’obbiettivo della fotografia terapeutica quindi non è curare, ma stimolare un cambio positivo. Per assurdo potresti anche farlo da sol@, in maniera intuitiva come fece Joe Spence.

A me è capitato qualcosa di simile, sai? Mentre mi formavo come facilitatrice in fotografia terapeutica all’Istituto8 di Barcellona, ho scoperto che alcune delle tecniche le avevo già utilizzate
in precedenza, senza però comprenderne a pieno il valore. Per questo ho ripreso in mano alcuni vecchi lavori riguardandoli con un occhio diverso e più profondo. Sta funzionando.





Quando aumenti la conoscenza di te stesso e la consapevolezza, automaticamente cominciano anche a migliorare le relazioni con gli altri, famiglia compresa (provare per credere). In più si riducono i conflitti (interiori ed esteriori) perchè tu sei più sicuro di te stesso e meno condizionabile dai giudizi esterni.
La stessa fotografia terapeutica può essere utilizzata in contesti di gruppo.
Anche qui, attraverso il gioco, vengono stimolate le interazioni interculturali per ridurre l’esclusione sociale tra etnie o ideologie differenti. La fotografia può essere utilizzata per analizzare i temi sociali in maniera ludica e giocosa, si può inoltre facilitare una alfabetizzazione visuale, che oggi giorno si rende sempre più necessaria.



Cito Susan Sontang: “Una società capitalistica esige una cultura basata sulle immagini. Ha bisogno di fornire quantità enormi di svago e stimolare gli acquisti e anestetizzare le ferite di classe, di razza e di sesso.
E ha bisogno di raccogliere quantità illimitate di informazioni, per meglio sfruttare le risorse naturali, aumentare la produttività, mantenere l’ordine, fare la guerra e dare lavoro ai burocrati. La duplice capacità della macchina fotografica, quella di soggettivare la realtà e quella di oggettivarla, è la risposta ideale a queste esigenze e il modo ideale di rafforzarle.
Le macchine fotografiche definiscono la realtà nelle due maniere indispensabili al funzionamento di una società industriale avanzata: come spettacolo (per le masse) e come oggetto di sorveglianza (per i governanti).
La produzione di immagini fornisce inoltre un’ideologia dominante. Al mutamento sociale si sostituisce un mutamento nelle immagini. La libertà di consumare una pluralità di immagini e di beni
viene identificata con la libertà tout court. Il restringere la libera scelta politica a libero consumo economico esige che la produzione e il consumo di immagini siano illimitati.”


Per questo, al giorno d’oggi, è quanto più necessaria un’educazione visuale: per essere liberi, davvero, dobbiamo essere capaci di comprendere ciò che vediamo, le mille immagini che ci bombardano ogni giorno.

La fotografia terapeutica offre un’infinità di possibilità, probabilmente ancora non tutte scoperte, visto che questa branca della fotografia è relativamente nuova. Il professor Robert Akeret fu il primo a studiare e usare le fotografie dell’album familiare nella psicoterapia nel 1973. Ma fotografia e psicologia già andavano a braccetto dal 1856, solo 20 anni dopo la nascita della fotografia!

Non dimentichiamo che fotografare presuppone una scelta, anche se scattiamo in automatico. Come minimo stiamo scegliendo cosa inquadrare e da che punto di vista. Che lo vogliamo o no sarà incluso o meno uno sfondo… e queste scelte hanno un significato. Non è importante solo quello che includiamo nella foto, ma anche ciò che decidiamo di escludere!
Talvolta, perfino le foto “sbagliate” posso rivelarci qualcosa, un significato. Può capitare che attraverso questo percorso di autoindagine affiorino dei temi che potrebbero essere difficili da affrontare da soli, e il mio lavoro di facilitatrice ha dei limiti etici da rispettare: nel caso in cui emergesse la necessità, sarò lieta di indirizzarti a terapeuti competenti di mia fiducia.


In generale però la fotografia terapeutica non ha bisogno di un terapeuta, puoi giocare da solo con le tue immagini cercando di scovarne i segreti e le intenzioni. Oppure puoi farti guidare da qualcuno che di fotografia ne sa un po’ più di te, lasciarti trasportare e goderti il viaggio.

Qui non si insegue la foto perfetta, né la tecnica, né l’arte. Quello che cerchiamo è che la libera espressione, nel rispetto di se stessi, e degli atri.
Se ti avvicinerai alla fotografia terapeutica avrai la possibilità di scoprire nuove cose di te stesso, ma lo farai in maniera leggera e giocosa. La fotografia terapeutica mette a disposizione i suoi strumenti proprio per questo!






Bibliografia
https://phototherapy-centre.com/therapeutic-photography/
https://www.macba.cat/en/art-artists/artists/spence-jo-dennett-terry/remodelling-photo-history
https://www.fotografiaterapeutica.online/


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