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Fotografia terapeutica


Vorrei aprire questo articolo sfatando un falso mito: la parola terapia a volte fa un po’ paura. La associamo a uno stato di malattia e, nel caso della mpsicologia, di pazzia.

Il significato della parola deriva dal greco: Therapeia e significa “cura” o “guarigione”. Va da se che il termine include un processo, un percorso… che ha il fine di migliorare il proprio benessere. Un terapeuta infatti è colui che accompagna il tuo processo di guarigione facendo da catalizzatore per la tua crescita personale e/o la risoluzione di eventuali traumi.

Tutto questo cosa c’entra con la fotografia? Tutto, perchè la fotografia terapeutica è uno strumento per stare meglio con se stessi e affrontare un processo. “Affrontare” nel senso di vivere e goderselo questo viaggio, perchè la vita non deve essere necessariamente difficile e complicata, può essere molto piacevole, se sappiamo come giocare le nostre carte.
C’è da fare un’importante distinzione tra fototerapia e fotografia terapeutica.

Con la fotografia terapeutica si lavora sulla propria interiorità, ma senza il bisogno di uno psicologo o un terapeuta. La fototerapia invece sì, viene utilizzata dai terapeuti durante le sessioni e sono tecniche che stimolano il dialogo e l’approfondimento di certe tematiche riguardanti il cliente.
Per rendere le cose più semplici ti lascio la definizione di Judy Weiser, psicologa, arteterapeuta e direttrice del PhotoTheraphy Center di Vancouver e “madre” della Fototerapia:





La Fotografia terapeutica è il nome che diamo alle attività basate sulla fotografia che vengono avviate autonomamente e condotte da soli (o come parte di un gruppo o progetto organizzato), ma in cui non è in corso alcuna terapia formale e non è necessario coinvolgere un terapeuta o un consulente.


In contrasto con le tecniche di fototerapia, che sono pratiche terapeutiche, le tecniche di fotografia terapeutica sono pratiche fotografiche, in cui l’obiettivo previsto è produrre un cambiamento positivo negli individui, nelle coppie o nelle famiglie – ma includono anche tecniche di fotografia ad azione sociale più ampie in cui l’obiettivo è quello di migliorare il benessere, ridurre l’esclusione sociale e creare cambiamenti positivi a livello comunitario, sociale, nazionale o internazionale.


Puoi usare questi esercizi, o giochi fotografici, non solo per stimolare la tua creatività, ma anche per approfondire la conoscenza di te stesso: più ti conosci, più sei consapevole e meglio stai! Ne sono fortemente convinta.



A volte la nostra mente decide di dimenticare certe cose, è un processo naturale di “autodifesa”. Ricordi i due simpatici personaggi che su Inside Out ripulivano la memoria a lungo termine con un’aspirapolvere al grido di “Dimenticalo!”? Esatto quei due fanno la cernita di ciò che ricordiamo e cosa no. Perchè ti dico questo…
perchè non è necessario ricordare tutto, va bene anche la rimozione (che è un meccanismo di difesa del cervello, per altro). Altre volte invece, è utile fare ordine e riportare alla luce certe cose per poter essere consapevoli del
proprio vissuto ed evolvere.


Più ti conosci, più sei consapevole. Più sei capace di far fronte alle tue debolezze (tutti ne abbiamo), più sei capace di accettarle e anche godere delle tue doti (tutti ne abbiamo).


La felicità che tutti cerchiamo con tanta caparbietà spesso si cela dietro alle cose più impensate, per esempio? L’autoaccettazione… Ma per accettarsi bisogna prima conoscersi, e poi imparare a volersi bene, volersi bene davvero.

Per questo motivo ho creato il corso di Fotografia Cosciente, un corso su Whatsapp che ti propone un gioco fotografico al giorno! Se sei curioso puoi iscriverti qui. Questo è solo un primo passo verso la scoperta di se stessi, visto che siamo ormai nell’era della post-fotografia, visto che ormai tutti abbiamo in mano uno strumento per fare foto (il cellulare), visto che tutti ci sentiamo un po’ fotografi… Il corso ti accompagna in un viaggio di autoscoperta.





L’obbiettivo della fotografia terapeutica quindi non è curare, ma stimolare un cambio positivo. Per assurdo potresti anche farlo da sol@, in maniera intuitiva come fece Joe Spence.

A me è capitato qualcosa di simile, sai? Mentre mi formavo come facilitatrice in fotografia terapeutica all’Istituto8 di Barcellona, ho scoperto che alcune delle tecniche le avevo già utilizzate
in precedenza, senza però comprenderne a pieno il valore. Per questo ho ripreso in mano alcuni vecchi lavori riguardandoli con un occhio diverso e più profondo. Sta funzionando.





Quando aumenti la conoscenza di te stesso e la consapevolezza, automaticamente cominciano anche a migliorare le relazioni con gli altri, famiglia compresa (provare per credere). In più si riducono i conflitti (interiori ed esteriori) perchè tu sei più sicuro di te stesso e meno condizionabile dai giudizi esterni.
La stessa fotografia terapeutica può essere utilizzata in contesti di gruppo.
Anche qui, attraverso il gioco, vengono stimolate le interazioni interculturali per ridurre l’esclusione sociale tra etnie o ideologie differenti. La fotografia può essere utilizzata per analizzare i temi sociali in maniera ludica e giocosa, si può inoltre facilitare una alfabetizzazione visuale, che oggi giorno si rende sempre più necessaria.



Cito Susan Sontang: “Una società capitalistica esige una cultura basata sulle immagini. Ha bisogno di fornire quantità enormi di svago e stimolare gli acquisti e anestetizzare le ferite di classe, di razza e di sesso.
E ha bisogno di raccogliere quantità illimitate di informazioni, per meglio sfruttare le risorse naturali, aumentare la produttività, mantenere l’ordine, fare la guerra e dare lavoro ai burocrati. La duplice capacità della macchina fotografica, quella di soggettivare la realtà e quella di oggettivarla, è la risposta ideale a queste esigenze e il modo ideale di rafforzarle.
Le macchine fotografiche definiscono la realtà nelle due maniere indispensabili al funzionamento di una società industriale avanzata: come spettacolo (per le masse) e come oggetto di sorveglianza (per i governanti).
La produzione di immagini fornisce inoltre un’ideologia dominante. Al mutamento sociale si sostituisce un mutamento nelle immagini. La libertà di consumare una pluralità di immagini e di beni
viene identificata con la libertà tout court. Il restringere la libera scelta politica a libero consumo economico esige che la produzione e il consumo di immagini siano illimitati.”


Per questo, al giorno d’oggi, è quanto più necessaria un’educazione visuale: per essere liberi, davvero, dobbiamo essere capaci di comprendere ciò che vediamo, le mille immagini che ci bombardano ogni giorno.

La fotografia terapeutica offre un’infinità di possibilità, probabilmente ancora non tutte scoperte, visto che questa branca della fotografia è relativamente nuova. Il professor Robert Akeret fu il primo a studiare e usare le fotografie dell’album familiare nella psicoterapia nel 1973. Ma fotografia e psicologia già andavano a braccetto dal 1856, solo 20 anni dopo la nascita della fotografia!

Non dimentichiamo che fotografare presuppone una scelta, anche se scattiamo in automatico. Come minimo stiamo scegliendo cosa inquadrare e da che punto di vista. Che lo vogliamo o no sarà incluso o meno uno sfondo… e queste scelte hanno un significato. Non è importante solo quello che includiamo nella foto, ma anche ciò che decidiamo di escludere!
Talvolta, perfino le foto “sbagliate” posso rivelarci qualcosa, un significato. Può capitare che attraverso questo percorso di autoindagine affiorino dei temi che potrebbero essere difficili da affrontare da soli, e il mio lavoro di facilitatrice ha dei limiti etici da rispettare: nel caso in cui emergesse la necessità, sarò lieta di indirizzarti a terapeuti competenti di mia fiducia.


In generale però la fotografia terapeutica non ha bisogno di un terapeuta, puoi giocare da solo con le tue immagini cercando di scovarne i segreti e le intenzioni. Oppure puoi farti guidare da qualcuno che di fotografia ne sa un po’ più di te, lasciarti trasportare e goderti il viaggio.

Qui non si insegue la foto perfetta, né la tecnica, né l’arte. Quello che cerchiamo è che la libera espressione, nel rispetto di se stessi, e degli atri.
Se ti avvicinerai alla fotografia terapeutica avrai la possibilità di scoprire nuove cose di te stesso, ma lo farai in maniera leggera e giocosa. La fotografia terapeutica mette a disposizione i suoi strumenti proprio per questo!






Bibliografia
https://phototherapy-centre.com/therapeutic-photography/
https://www.macba.cat/en/art-artists/artists/spence-jo-dennett-terry/remodelling-photo-history
https://www.fotografiaterapeutica.online/


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Fotografia terapeutica

Com’è nata la fotografia terapeutica? Si può dire che tutto è cominciato con Jo Spence, fotografa britannica dal carattere indomito.





Nata da genitori proletari, Jo non si può dire che abbia avuto una vita facile, tantomeno agiata, ma era una donna grintosa e combattiva, che
amava circondarsi di persone con cui collaborare e creare. Mi dispiace un po’ non averla incontrata, sai?

Laureata al Politecnico di Londra cominciò a fotografare come assistente in uno studio che si occupava di fotografia commerciale, poi fece esperienza anche presso un giornale locale finchè non riuscì ad aprire il suo studio. Si dedicava prevalentemente al ritratto e alla fotografia documentale.





Tutto ebbe inizio nel 1979, quando cominciò a creare una rielaborazione del suo album familiare. Il progetto prese il nome di “Beyond the Family Album”. 

(Sto parlando di fotografia terapeutica e non di fototerapia, le due cose sono differenti. Definisco meglio il concetto di fotografia terapeutica in questo articolo.)                            

Jo Spence scrisse: “Come fotografa, ho trascorso la maggior parte della mia vita lavorativa rappresentando visivamente altre persone. Come assistente di studio, nell’esercizio della mia professione, ho interpretato le istruzioni di clienti e capi; come fotografa per un giornale locale, imparai ad obbedire agli ordini creando le foto che piacevano all’editore; come ritrattista diedi alle persone la visione di se stessi che volevano vedere.
Quando ebbi compiuto 40 anni, mentre lavoravo come fotografo documentarista freelance e mi stavo politicizzando, cominciai ad avere seri dubbi sul mio diritto di continuare con il mio lavoro, per agire per conto di coloro che ho fotografato, i quali non avevano alcun controllo su quello che facevo con le immagini o non sapevano dire che parole avremmo associato alle loro immagini. Per questo motivo, alla fine smisi di essere fotografa.


Hai capito bene, ad un certo punto Jo Spence butta tutto alle ortiche, puoi torna alla carica.
Con “Beyond the Family Album” iniziò la sua autoindagine e buttò le basi per quella che oggi chiamiamo la Fotografia terapeutica. “Cominciai a pensare a come ero stata fotografata dagli altri…” guardando le foto che le erano state scattate da piccola da genitori, amici e parenti “…e finì con il prendere il controllo su come volevo essere fotografata”.



Colección MACBA. Fundación MACBA



A quel tempo la fotografia non era più un oggetto di prestigio come nei primi
del ‘900, tuttavia creare il proprio studio e portare avanti l’attività non era alla
portata di tutti, di fatti Jo Spence continuò a lavorare come impiegata per
gran parte della sua vita. Tuttavia l’album di famiglia era un oggetto già alla
portata di molte famiglie e la Polaroid® stava prendendo campo. Questo per
darti un’idea del periodo storico.


Jo Spence potrebbe essere tranquillamente mia nonna, ma con lei ha
davvero poco in comune. Forse la situazione economica del dopoguerra non
era la stessa in Italia e Inghilterra, tuttavia l’Europa era nel pieno della guerra
fredda e dei fermenti di liberazione del ’68… e del femminismo! Mia nonna
non era una femminista, ma mio nonno aveva già imparato a rispettare la sua
autonomia.




Ma tornando all’album familiare: Jo Spence si era accorta che mancavano dei “pezzi”. Ed è proprio qui che risiede il grande lavoro della fotografa. Per prima cosa cominciò a rielaborare le varie fasi della sua vita, raggruppando le foto per anni. Poi si rese
conto che, al di là delle foto delle cerimonie, ricorrenze, compleanni e vacanze… non c’era nulla. Di fatti quell’album non rispecchiava la veridicità della vita di Jo Spence, era solo
un’immagine fittizia di ciò che lei e la sua famiglia volevano rappresentare. Un’ideale di felicità, stabilità e armonia che non esiste da nessuna parte.



Passò dall’altro lato della fotocamera quindi, e cominciò a fotografarsi in tutte quelle situazioni “mancanti”. Nacque “Remodeling Photo History”.





Seguendo lo stesso filone dell’album familiare, dopo lo shock causatole dalla diagnosi del cancro al seno, Spence decise di documentare il trattamento alternativo a cui si sottomise, creando una nuova serie “The Picture of health”.









Quando le fu diagnosticato il cancro Spence racconta: “Mi resi conto con orrore che il mio corpo non era fatto di
carta fotografica, né era un’immagine, o un’idea, o una struttura psichica… era fatta di sangue, ossa e tessuti.

Alcuni di loro ora sembravano cancerosi. E io non sapevo nemmeno dove si trovasse il mio fegato!”
La fotografa britannica trovò nella fotografia il modo di esprimere i propri sentimenti e di trasformare la
sensazione di abbandono e solitudine che l’ospedale (e le terapie convenzionali che le venivano proposte) le lasciava.











Più tardi, nel 1984, cominciò a collaborare con la collega Rosy Martin alla Phototheraphy. Mettendo in gioco le tecniche di co-counseling, dello psicodramma e della PNL, insieme creavano nuovi ritratti e nuove forme di rappresentazione. La fotografia diventava così uno strumento terapeutico basato sulla collaborazione, dove il soggetto poteva controllare la propria immagine rappresentando sentimenti e traumi inespressi.






La maggior parte del mio lavoro è totalmente privato, ma di tanto in tanto…riesco a sentirmi abbastanza al sicuro da condividerlo con gli altri. Così il lavoro passa dall’essere parte di un processo in corso (lo scatto di fotografie), a una serie di dialoghi interiori e trasformazioni dopo aver rivisto le immagini, per diventare finalmente un potenziale materiale grezzo per il pubblico. In Libido Uprising (che fa parte del mio lavoro in corso sulla relazione madre e figlia) ho cercato di mettere in scena metafore interiori sul mio conflitto tra il domestico e l’erotico, tra l’immagine della mia non-sexy madre e quella parte di me che sta ancora nascendo…





Qualche anno dopo aver vinto il tumore al seno le diagnosticarono la leucemia. Jo Spence capì che non c’era più molto da fare, creò la sua ultima serie: “The final project”. Alla fine cambiò quasi stile, utilizzò vecchi ritratti per sovrapporli a materiali vecchi e consumati dal tempo.

Come si rappresenta la leucemia? Non so, come? E’ impossibilità.

Cosi la fotografa si avvicinò a quelle culture che tengono l’idea della morte al proprio fianco, Egiziani e Messicani per esempio, che utilizzano le maschere e le bambole come accompagnamento nell’aldilà.





Per molti artisti la fotografia (e l’arte in genere) è un mezzo per sublimare il dolore, trasformarlo, renderlo qualcosa di differente. L’arte rende possibile l’avvicinamento ai traumi e al subconscio, permettendo non solo di scendere a patti con esso, ma anche trasformarlo in qualcosa di nuovo, proprio perchè magari lo si riesce a vedere da un nuovo angolo. Jo Spence lo ha fatto in maniera palese, molto più di altri forse, spiegando e insegnando ciò che stava facendo per se stessa e aprendo la porta a un nuovo utilizzo della
fotografia.




Bibliografia
https://www.theguardian.com/artanddesign/2012/jul/19/artist-of-week-199-
jo-spence
https://www.studiovoltaire.org/whats-on/jo-spence-work-part-i-ii/
https://www.macba.cat/es/arte-artistas/artistas/a-z/spence-jo
https://davidcampany.com/jo-spence-the-final-project/
https://elephant.art/jo-spence-brave-self-portraits-taught-me-the-brutaltaboos-
of-womanhood-hettie-judah-14042020/
https://en.wikipedia.org/wiki/Photo_album
https://slate.com/human-interest/2015/09/history-of-photo-albumsbeautifully-illustrated-victorian-photo-album.html
https://www.rrbphotobooks.com/products/jo-spence-fairy-tales-andphotography-
or-another-look-at-cinderella
https://elephant.art/is-photography-an-effective-form-of-therapy-jospence-
14102020/
https://davidcampany.com/jo-spence-the-final-project/



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Arte

Premessa: questo articolo è frutto della mia esperienza e ricerca. Tutte le immagini sono di mia proprietà e protette da diritto d’autore come citato a piè di pagina, così come i testi.

Bill Brandt è stato un fotografo inglese, nato in Germania all’inizio del XX secolo, 1904 per l’esattezza.
Si avvicina alla fotografia all’eta di 23 anni; spinto da una serie di conoscenze riesce a diventare assistente di Man Ray (di cui vi ho già parlato). Pur non rimanendo molto tempo presso il suo studio (solo tre mesi) sono piuttosto evidenti le influenze che il fotografo surrealista ebbe su di lui.

Forse l’esempio più chiaro e palese è quello delle foto in spiaggia, di cui vi parlo tra poco. Bill Brandt, il cui vero nome fu Hermann Wilhelm Brandt, abbraccia il filone anti-borghese e focalizza le sue fotografie sulle diversità.
Per un’idea più chiara di quello che al tempo successe nel mondo della fotografia, vi rimando a questa timeline che ho creato per avere un’idea più chiara di ciò che accadde.
Durante la mostra tenutasi alla Fundació Mapfre di Barcellona ho avuto modo di apprezzarne una rilevante quantità di giustapposizioni che fanno parte del suo primo libro, pubblicato nel 1936:

The English at home

dove, utilizzando l’unione degli opposti, Brandt massimizza il contrasto tra le coppie di
fotografie. Per esempio:

 

Brandt è benestante e “sfrutta” spesso la casa dello zio Henry per i suoi lavori dialettici di sensibilizzazione.
Non tutte le associazioni sono così immediate, quelle che vi propongo sono state le più facili da associare poiché l’ambiente e la situazione hanno giocato un ruolo fondamentale. Se da una parte troviamo la “Cameriera preparando il bagno” dall’altra c’è il “Bagno di un minatore”. Bagno è la parola in comune nel titolo, ma se nell’immagine a sinistra siamo certi che sia la stanza da bagno della casa, nel caso del minatore non c’è questa certezza, una stufa dietro di lui potrebbe indicare che quel luogo è anche la sala da pranzo o la camera da letto! Nella prima non c’è il soggetto, o per meglio dire, non viene ritratta la persona che si bagna, ma solo colei che prepara l’ambiente. Nella seconda ci sono sia il soggetto che la “contrapposizione” della cameriera che, in questo caso, potrebbe essere la stessa moglie; la
si vede mentre aiuta il minatore a lavarsi in una vasca troppo piccola per entrarci completamente dentro. L’ordine e la pulizia della foto a sinistra contrastano con la sporcizia della foto a destra.


L’immagine successiva è forse ancora più facile da comprendere nella sua associazione, da una parte “L’unica finestra” da cui i tre bambini si affacciano, con i volti alla stessa altezza della strada. Dall’altra due bambine di spalle che si sporgono da una finestra per guardare giù, quasi come se stessero osservando i soggetti della foto che le precede. In una sorta di Manzoniana conclusione dove i ricchi siedono ancora nella parte alta del tavolo.
Ho trovato su questa pagina web un’interessante analisi del libro, con alcune riproduzioni delle sue pagine che forse potrebbe interessarvi.
Raymond Mortimer, critico e scrittore d’arte, descrive la collezione di 63 foto come il risultato di un uomo tedesco che “si meraviglia dell’Inghilterra con la distaccata curiosità di colui che indaga i costumi di una qualche remota tribù familiare”. Molte grandi riviste della fine del secolo (National Geographic primo tra tutti) hanno utilizzato questa stessa modalità per commissionare servizi fotografici lontano dal proprio luogo d’origine per spingere i propri fotografi ad un approccio privo di tutto quel bagaglio culturale che si viene creando vivendo in situ.
Ma la produzione di Brand non si limita a questo, dal 1943 si dedica al ritratto con un obbiettivo ben preciso: “raccontare qualcosa del passato e suggerire qualcosa del futuro del soggetto creando un momento sospeso”.

Tra questi troviamo da sinistra a destra dall’alto verso il basso: “Ritratto di giovane ragazza”, “Robert Graves” “Franco Zeffirelli” “Pablo Picasso” e Francis Bacon”. In quest’ultima immagine
utilizza la stessa fotocamera che poi vedremo nei nudi sulla spiaggia. Il grandangolo permette una distorsione tale da far inclinare il lampione e le luci del crepuscolo donano una atmosfera

 

strana e quasi inquietante. Bacon da le spalle a tutto questo, complice o no, durante lo scatto. Potete trovare altri ritratti e altre sue immagini a questo link.
Ma torniamo al grandangolo e alle foto di nudi in spiaggia, forse una delle sezioni che più mi hanno complito. E’ il 1953, Frutto di un viaggio sulla costa del canale della Manica, Brandt crea nuovamente delle associazioni, ma questa volta di stampo surrealistico, associando corpo e pareti rocciose. La morbidezza della carne affiancata alla durezza delle rocce.
Brandt gioca con il carattere costruttivista utilizzando i fondandamenti della Gestalt dell’immagine nata in quegli anni. I corpi sono astratti, ma le forme si riconoscono chiaramente. Con l’ottica grandangolare e una piccola apertura di campo le forme giocano tra loro creando forme immaginative e oniriche.

E per chi non avesse ancora visto le influenze di Man Ray su Brandt… credo che ora siano palesi.
A partire dal 1944 si avvicina al nudo. Quando la fotografia documentaristica è ormai una moda alla portata dei più, Brandt decide di portare il suo sguardo altrove, usando nuovamente il grandangolo della Rolleiflex. Inconsapevolmente, essendo il nudo un tema classico della pittura, comincia ad essere considerato un vero artista. Qui due delle sue immagini più iconiche.

C’è molto da dire su questo fotografo, ma non voglio dilungarvi troppo. Concludo con un suo progetto dove, per dare importanza alla visione dell’autore Brandt fotografa l’occhio di alcuni artisti dell’epoca come Moore, Tapies, Giacometti, Braque.

 

C’è sicuramente molto altro da dire su questo grande fotografo, tuttavia non era mia intenzione fare un riassunto esaustivo di tutte le sue opere, ma solo porre l’attenzione e approfondire alcuni suoi progetti che credo possano essere di grande ispirazione.

Tutte le immagini contenute in questo articolo sono di mia proprietà e riproduzioni dirette
delle stampe esposte nella mostra tenutasi presso la Fondazione Mapfre di Barcellona dal 09
di ottobre del 2020 al 24 gennaio 2021 (eccetto “The English at home”).
Bibliografia:
https://www.fundacionmapfre.org/fundacion/es_es/exposiciones/kbr-barcelona-photo-center/
bill-brandt.jsp#

https://www.fundacionmapfre.org/fundacion/es_es/images/bill-brandt-textos-sala-esp.pdf
https://www.fundacionmapfre.org/fundacion/es_es/images/BILL_BRANDT_Folleto_ESP.pdf
https://photoworks.org.uk/1-europe-bill-brandt/
https://foto-post.blogspot.com/search?q=brandt
https://www.billbrandt.com/bill-brandt-press#/bill-brandt-flesh-form-and-a-flash/
https://www.billbrandt.com/bill-brandt-archive-print-shop

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Cibo, Food styling


Se vi state chiedendo come fotografare al meglio una bella tagliata di manzo ecco la guida!

Che tu sia un fotografo, un food stylist, uno chef o un food blogger qui incontrerai alcune risorse fondamentali per creare un’immagine golosa.
Si può dire golosa di una tagliata? Io credo proprio di sì!


Questi consigli potranno tornarti utili sia che tu stia fotografando a casa tua piuttosto che nella cucina di un ristorante, ricordati che una buona fotografia è tale non solo per ciò che vedi, ma anche per ciò che non vedi! Se hai a disposizione luci da studio qualsiasi momento della giornata andrà bene per scattare, se non disponi di luci professionali o flash cobra dovrai affidarti alla luce naturale.


Evita di mettere il soggetto sotto la luce diretta del sole e fai attenzione alle ombre. Le ombre sono necessarie per dare tridimensionalità al soggetto, ma ombre tropo forti potrebbero infastidire la composizione. Arriviamo “al punto” quindi, ciò di cui sto per parlarvi è di come valorizzare al meglio la carne (che è il vostro soggetto), mantenendo sempre e comunque ben in vista quale sia l’obbiettivo di utilizzo della foto, oltre che del vostro stile.


Che cosa vuole il Cliente? Dove verrà pubblicata o esposta la foto? Che cosa vuole comunicare? A quale scopo?
Queste sono domande che bisogna farsi sempre, a monte di qualsiasi fotografia commerciale. La carne è un eccellente soggetto per attirare l’attenzione di tutti i carnivori.
Oddio… speriamo non vi entri una tigre in sala! Le tonalità intense del rosso e le venature della carne possono dare molta drammaticità alla foto attirando l’attenzione degli amanti della carne. Per farlo può essere molto utile associare, non solo uno sfondo che contrasti con il colore del soggetto, ma anche uno che ne riprenda il motivo: una tavola di legno con le venature, un fondo di marmo bianco, la stessa carta del macellaio! Associate alla composizione degli utensili da cucina coerenti con il soggetto, in questo caso una mannaia, un forchettone da arrosti, posate, sempre in linea con lo stile della foto. Aggiungete qualche ingrediente che possa raccontare la storia dello scatto: sale grosso, erbe aromatiche, salse, vino!


Preparate la composizione prima che il soggetto arrivi sul tavolo, deve essere tutto pronto prima dello scatto poiché la carne non lascia molto tempo agli indugi, soprattutto se sarà cotta al punto e un po’ sanguinolenta. (O “viva” come piace a me”).


Problema Se scegliete di scattare la foto a una tagliata poco cotta c’è il rischio che la carne arrivi sul set mentre sta ancora perdendo sangue.
Soluzione Potete evitare di creare un lago sul set facendola riposare altrove. Ricordatevi però che non potete aspettare troppo tempo di procedere allo scatto poiché il colore, cambia rapidamente. L’esposizione all’aria (o meglio detto “ossidazione”), fa si che la carne passi da un colore rosso/violaceo a marrone, il che renderebbe tutto molto meno appetibile e la foto molto più difficile da postprodurre. Per questo stesso motivo sconsiglio di fotografare la carne “ben cotta”. Tuttavia bisogna sempre tener conto di quali siano le esigenze del committente.


Il problema principale per fotografare la carne rossa è che, una volta cotta, la superficie diventa via via sempre più scura fino ad annerirsi.
La soluzione si risolve facilmente ricoprendo con della pellicola trasparente la carne già cotta e aspettando finché non si sarà raffreddata. In questo modo le proteine animali eviteranno di ossidarsi, e di diventare scure, facendole apparire poco appetibili. Tenete conto che, soprattutto nel caso di una tagliata, non bisognerà solo tener conto del punto di cottura esterno (e del colore), ma anche di quello interno! Soprattutto se devi fotografare una carne che verrà tagliata è molto utile averne almeno due pezzi. Il pezzo di riserva potrebbe aiutare ad ovviare ai seguenti problemi:

  1. Se il primo pezzo è troppo cotto esternamente, e quindi di un colore troppo scuro, potrai considerare una cottura più breve per il secondo.
  2. Se una volta tagliata la carne, l’interno risulterà poco succulento potrai cuocere diversamente il secondo.
  3. Se la carne rimane esposta per troppo tempo all’aria avrai comunque un’altro pezzo.
  4. Se vuoi utilizzare il pezzo troppo cotto come soggetto  provvisorio, prima di sostituirlo con quello alla giusta cottura.

Ma la cosa più importante da tenere a mente è sempre l’esigenza del cliente. Come vuole presentare quel piatto? Bisogna considerare comunque che non a tutti piace la carne poco cotta, alcuni la preferiscono di media cottura, altri la preferiscono molto cotta! Se vi piace essere scientifici e “misurabili” tenete conto che una bistecca poco cotta avrà una temperatura interna tra i 50°C e i 55°C, ma una volta tolta dal fuoco continuerà a cuocersi per alcuni minuti arrivando probabilmente fino a 60°C prima di cominciare a raffreddarsi.
Quando tagliate la carne è molto importante che lo facciate nella direzione opposta a quella in cui sono disposte le fibre muscolari, questo non solo la renderà più morbida al momento di mangiarla, ma le darà un aspetto più appetibile. Se tagliate la carne non appena tolta dal fuoco le fette appariranno belle succose, ma lo saranno ancora di più se darete alla carne 10 minuti di riposo.

Se lasciate raffreddare tutto, fino ad arrivare a temperatura ambiente, le fette tagliate rimarranno fresche più a lungo, ma la carne non sarà altrettanto succosa. Inutile dire, ma lo dico lo stesso, che è meglio cuocere meno che troppo. Se al momento del taglio la carne appare troppo rossa avrete sempre il tempo di riscaldare la superficie della fetta con un po’ di vapore (per esempio) rendendola più scura.

Quando avrete trovato il giusto colore, potrete posizionare le fette a cascata, l’una adagiata sull’altra. Spennellate con un po’ d’olio la superficie della carne, ma non l’interno delle fette che altrimenti appariranno troppo grasse. La finezza! Se avete bisogno di rendere più succosa la carne con alcune gocce di sangue potete aiutarvi lasciando una fetta molto poco cotta e strizzandola sopra al pezzo principale che lo necessita. I consigli che trovate in questo blog, sono prima di tutto il prodotto della mia esperienza, ma anche dello studio di alcune fonti, sia in rete che cartacei.


Alcuni suggerimenti sono ripresi dal libro “Food Styling, l’arte di preparare il cibo per la macchina fotografica” di Delores Custer, insegnante di food styling al Culinary Institute of America, NYU e la New School’s Culinary Arts Center dal titolo. Questo manuale di “stilismo alimentare” da molti consigli in merito alla preparazione della carne rossa, praticamente la Bibbia di ogni food stylist(!), ma è solo in inglese. Spero che questo articolo ti sia stato utile, lascia pure un commento qui sotto oppure condividi con me la tua esperienza, perché ad imparare non si finisce mai! Grazie

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“Per un vero fotografo una storia non è un indirizzo a cui recarsi con delle macchine sofisticate e i filtri giusti. Una storia vuol dire leggere, studiare, prepararsi. Fotografare vuol dire cercare nelle cose quel che uno ha capito con la testa. La grande foto è l’immagine di un’idea. Bisogna capire cosa c’è dietro i fatti per poterli rappresentare. La fotografia – clic! – quella la sanno fare tutti.” Tiziano Terzani

Una foto è la storia – Tiziano Terzani